Quel nome è amore

QUEL NOME è AMORE

LUIGI LA ROSA

AD EST DELL’EQUATORE

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La voce dell’uomo all’altoparlante sembra giungere da una lontananza di velluto e d’ovatta. Il velluto degli addii, degli abbracci, delle partenze. L’ovatta degli inverni, delle nevi perenni.

È la stessa della volta passata. Ne riconosco la dolcezza, la finta informalità così marcatamente cordiale.

Benvenuti a Parigi, dice. E m’introduce alla città come se davanti a me si spalancasse l’immenso ventaglio delle promesse e degli incanti.

 

Come si fa a non lasciarsi catturare da un simile incipit, a non cascarci dentro già rapiti?

Bisogna che non si ami Parigi, bisogna non amare l’arte, non essere curiosi di sbirciare tra le pieghe delle esistenze di artisti tormentati e infelici, che però hanno saputo regalare al mondo la bellezza…

Benvenuti a Parigi dice la voce di velluto, benvenuti a Parigi sussurra suadente il nostro scrittore.

Un nuovo itinerario fra le vie della capitale francese, in realtà un viaggio nel tempo. Ancora una volta Luigi La Rosa ci conduce per mano fra vicoli maleodoranti e ariosi viali, ancora una volta in rispettoso silenzio ci accostiamo a vite imperfette che hanno saputo cogliere la meraviglia a prezzo del tormento.

La cornice è un libro da restituire al proprietario, in realtà un pretesto per tornare a Parigi, e dentro troviamo sei quadri, o meglio sei rappresentazioni teatrali.  Personaggi che si muovono all’ombra di personalità forti, pianeti attratti nell’orbita di stelle troppo lucenti fino a farsene annullare; spesso si tratta di rapporti sbilanciati come quello tra Radiguet e Cocteau, devastanti come quello tra Simone e Modigliani, sempre sono descritte sfide alla ragionevolezza, ai benpensanti, alla morte persino.

Ma Parigi dicevamo è la vera Musa ispiratrice: il rapporto dell’autore con questa città è sensuale, erotico direi quasi; l’erotismo emerge, sottile ed elegante proprio in questa sequela di fughe e inseguimenti, tra presente e passato, in cui impossibili amanti improvvisano minuetti oscillanti tra il sublime e l’autodistruzione.

Ed è anche un ritorno a casa, nell’unico posto che ti dà pace e conforto, è riduzione della nostalgia come desiderio dell’indicibile.

Nostalgia intesa come nostos cioè ritorno: una nostalgia anomala, magari, non il desiderio di ciò che si è amato e non c’è più, ma una rincorsa del desiderio stesso, pur sapendo che non ci sarà mai una vera completezza, E allora il termine esatto che percorre come un filo sottile tutto il libro potrebbe essere struggimento.

Per citare, in maniera un po’ inesatta, Paola Mastrocola, compiamo quotidianamente un viaggio alla ricerca di una qualche perduta Itaca e ci servono ali per farlo, ali per raggiungere qualcosa di cui ci si è dimenticati, che fa parte di tante vite precedenti, l’antico, il remoto, quel che non conosciamo di noi, si tratta solo di tornare lì, in quei luoghi lontani dell’anima, riappropriarsi di un gesto, di un movimento, delle nostre radici.

E se l’incontro dell’Autore con Parigi è stato magico, della stessa malia siamo preda noi lettori.

Come nel film Midnight in Paris, di Woody Allen, infatti, ci infiliamo in una piega del tempo, vittime compiaciute di un incantesimo: chi di noi non ha mai desiderato una volta di essere catapultato nella Belle Époque, o in un tempo apparentemente felice in cui Parigi nutre artisti e se ne nutre, spesso uccidendoli? A guadagnarne è l’arte, in un frenetico appassionante produrre sogni, che siano quadri o versi immortali.

Parigi non è solo uno sfondo ma una ragione di vita, e questo è il seguito ideale del primo romanzo, dice l’autore, guida sentimentale anch’essa, secondo volume di quella che sarà un trilogia.

Le storie accadono solo a chi è in grado di raccontarle: la citazione di Paul Auster è molto amata dal nostro Luigi ed è per questo che egli incontra le storie, perché sa raccontarle.

Luigi ha la capacità di interpretare con sensibilità d’artista stati d’animo e momenti di vita realmente vissuta dai personaggi o solo immaginata con studiata veridicità: essi così tornano a noi, restituiti intensi alla nostra attenzione. Egli insegue fantasmi per farne parole, ci fa sentire vivido il dolore, tutta lo scoramento che ha intriso le loro opere, riusciamo a vivere e respirare i luoghi, seguendo le tracce che il tempo non è riuscito a dissimulare, che l’Autore sa ricercare e percorrere.

La Rosa stesso dice di voler “dare corpo alle voci alle tracce ai simboli di quanti hanno reso grande Parigi”, secondo me anche alle voci minori, donando loro una sorta di risarcimento.

Siamo dunque di fronte a un saggio che è al contempo romanzo: del saggio ha la precisione, la completezza delle informazioni, l’impegno nella ricerca, la maniacalità dello studio; del romanzo ha il respiro, la magia della narrazione. Da questo felice incontro deriva la poesia, resa in modo simile alla musicalità del verso. La scrittura di Luigi  ci travolge, è sensuale e sanguigna, romantica e cruda al contempo, si giova di un ritmo fluente e scorrevole, o nervoso e impetuoso, appassionato sempre.

Se dovessi azzardare una definizione, parlerei di un barocco moderno, barocco per la sontuosità quasi proustiana di certi passaggi, per la raffinatezza delle volute che avvincono e seducono; moderno per la tensione stilistica che non viene mai meno, insinuandosi a tratti nel contemporaneo. Non mancano infatti riferimenti alla triste disperante attualità quando l’Autore si sofferma a considerare

“la sofferenza di una collettività ferita al cuore dalla minaccia degli attentati, e le trasformazioni di una città costretta a prendere coscienza del suo nemico invisibile”.

(p.  111)

Le mappe di Alessio Grillo infine ci restituiscono una geografia quasi fantastica eppure reale, in una dimensione temporale altra, ci collocano in un tempo sospeso e fatato.

Concludo con la definizione di arte che ci regala l’Autore stesso:

“l’arte come rifugio, direzione, meteora di luce nel buio impenetrabile dell’esistere” (p. 132).

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Solo a Parigi e non altrove – di Luigi La Rosa

 

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SOLO A PARIGI E NON ALTROVE – UNA GUIDA SENTIMENTALE

LUIGI LA ROSA

AD EST DELL’EQUATORE EDIZIONI

 

Potrei azzardare -magrittianamente- che questo romanzo non è un romanzo. Forse perché è molto di più, è un inno all’amore, un’ode alla bellezza, omaggio appassionato a una città.

O forse a un’idea, a un sogno.

Quel genere di sogni che non svaniscono al risveglio, che anzi ti possiedono completamente, che guidano scelte anche estreme, che accendono follia e creatività.

Parigi come oggetto di devozione, dunque, ma soprattutto come promessa di libertà. Libertà dalle convenzioni, dal perbenismo, dai vincoli intollerabili che un artista rifiuta.

Meglio morto a Parigi che vivo altrove, ha esclamato una volta l’Autore.

Perché altrove non è vita e non esiste un altrove possibile.

Attraverso la vita degli artisti che dalla città hanno preso sostentamento o si sono lasciati distruggere, con i loro occhi, Luigi percorre boulevard assolati o vicoli oscuri, partecipando totalmente del loro sentire.

E così seguiamo Jeanne nel suo estremo volo, soffriamo in silenzio con Berthe e il suo amore impossibile, ci lasciamo avvolgere dalla follia con Camille, avvertiamo la disperazione ma anche l’incantamento che questa magica città sa suscitare. Luigi ci conduce per mano lungo questi sentieri, ci fa osservare da vicino un balcone, un portoncino, una finestra e li spalanca sulle vite degli artisti, leggendo attraverso, con incredibile capacità di immedesimazione.

Ma l’originalità del libro risiede secondo me anche nell’alternare le storie degli artisti con le proprie, narrate come in un sogno, sorprendenti sia le une che le altre: trasfigurare la realtà, questo è il compito dell’artista, renderla nuova e altra agli occhi del fruitore, caricarla di sentimenti e di colore, trasformarla in poesia.

È ciò che ti resta addosso leggendo il libro: la passione che ha completamente dominato l’uomo, rendendo un servigio allo scrittore.

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…voglio che questo mio racconto somigli a una passeggiata, una passeggiata lungo le insenature e le rientranze della città – un vagare nella sua luce fredda, un assecondare il fondo buio dei suoi silenzi. Voglio che ne restituisca la felicità nascosta, la scoraggiante ineffabilità.

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Ho finalmente deciso quale sarà il percorso: una scansione dei luoghi attraverso i luoghi, delle storie tra­mite le storie, una matrioska, una lista, un inventario, un elenco da per­correre.

 

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J’adore paris – nuda, vestita, calda, fredda, piovosa, assolata, pensosa, spensierata, giovane, vecchia, malinconica, regale, snob, pop, aulica, struggente… (Luigi La Rosa)

La presenza di un ricco corredo di fotografie, scattate dall’Autore, rende il libro ancora più prezioso, assieme alla deliziosa mappa letteraria di Parigi curata da Alessio Grillo.

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Omaggio a Pippo Failla

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Grazie a vera Ambra, presidente dell’Associazione culturale Akkuaria, numerosi artisti catanesi si sono ritrovati mercoledì 19 al Palazzo della Cultura di Catania per rendere omaggio al maestro Pippo Failla, la cui mostra Il disegno per la materia sta riscuotendo grande interesse.

Il mondo di Failla si muove in una dimensione onirica, tra surrealismo e grottesco, ed è popolato da personaggi enigmatici e intensi. Le sue sculture sorprendono per la commistione di materiali –legno ferro ghisa- che acquistano leggerezza e dinamismo. Un universo simbolico vasto e complesso, in grado di descrivere la corruzione dei tempi e le ansie dell’uomo contemporaneo.

il maestro Pippo Failla

il maestro Pippo Failla

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Presentazione di Solo a Parigi e non altrove di Luigi La Rosa

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Mercoledì 12 novembre, all Feltrinelli di Catania,  un pubblico entusiasta ha accolto il nuovo nato di Luigi La Rosa, Solo a Parigi e non altrove – una guida sentimentale.
Padrini dell’evento Massimo Maugeri, Elvira Seminara e Nellina Laganà, che ha anche letto alcuni brani.
Elvira Seminara ha definito il libro un ibrido pop, per la difficoltà di inserirlo in un genere preciso (romanzo, letteratura di viaggio, d’arte, autobiografia?). Il romanzo è connotato da una certa melancolia, un debordamento, delirio-allucinazione, frutto della completa adesione a ciò che è narrato: tra le altre cose, la capacità di dare voce a donne dimenticate, appassite all’ombra degli uomini che hanno amato. Tutto a Parigi è magico, si coglie l’ebbrezza medianica che ha posseduto l’Autore.
Massimo ha parlato di una scrittura elegante, nata da un incidente felice: La Rosa era infatti a Parigi per delle ricerche su Bellini e, inciampando nelle vite degli artisti che hanno vissuto a Parigi, ha visto crescere quasi inevitabilmente questo romanzo. La città, a detta dell’Autore, lo ha catturato, sirena trappola, con il magnetismo dei luoghi e delle infinite storie, intrecciate in modi imprevisti. Luigi si definisce con Calvino eremita a Parigi, dove anche la solitudine è preziosa. Con il primo libro, si ha l’esigenza di collocarsi, si esce fuori da sé, ci si consegna al mondo, e occorre farlo con onestà e verità: lo spaesamento che Parigi provoca alimenta la scrittura, e Parigi è fonte e meta allo stesso tempo.
Con Luigi ho passeggiato per la meravigliosa capitale, ho varcato soglie, sono entrata nelle vite di uomini e donne precipitati nella storia per la loro genialità, pagata spesso con la disperazione; si può continuare a farlo tra queste pagine, mirabilmente scritte, appassionate e avvincenti.
Parigi non ha limite, il confine si sposta continuamente, è una festa mobile, come dice Hemingway, Parigi non può avere fine: al prossimo libro su Parigi, dunque!

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 Sì, abbiamo proprio l’impressione che si tratti di un nuovo caso editoriale: mille copie vendute prima della presentazione!

Riportiamo una nota dell’editore:

Per quanto possa sembrare incredibile per un piccolo editore come noi, ma il libro di Luigi, a pochi giorni dall’uscita, è già esaurito. Ringrazio tutti, Carmen Pellegrino per editing e mediazione, Andrea Lezoli, per la copertina. Agata Fuso Cifuni per l’ufficio stampa e tutti voi che lo promuovete, recensite, acquistate, leggete e insomma tutte queste belle cose- delego Luigi per i ringraziamenti singoli. Il libro va oggi in ristampa, la prima, e se tutto procede così, per la prima volta in vita nostra, ci vedremo costretti a realizzare un’edizione tascabile. Cose ‘e pazz…

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Massimo Maugeri, Nellina Laganà, Luigi La Rosa, Elvira Seminara

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Per chi volesse saperne di più:

http://www.leggereonline.com/recensioni/572-solo-a-parigi-e-non-altrove.html

http://www.siciliainrosa.it/luigi-la-rosa-parigi-non-altrove-libro-romanzo/

http://www.vanityfair.it/viaggi-traveller/viaggi-mondo/reportage/14/10/14/parigi-foto-luoghi-letterari-libro-artisti

https://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/11/11/solo-a-parigi-e-non-altrove-a-catania/

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ESCA VIVA – di Vera Ambra

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VERA AMBRA

AKKUARIA EDIZIONI

Cose che accadono. Continuamente. Nel buio complice. Nel silenzio inerte di madri imperfette.

L’incesto, le molestie, lo zio affettuoso, il vicino di casa generoso. Persone conosciute che rivelano inaspettate facce da orchi, che si tramutano improvvisamente in esseri mostruosi.

C’era una volta una bambina che si chiamava Maria. Era una brava bambina. Una principessina che trascorreva i suoi giorni a giocare da sola ed era felice. All’età di tre anni il silenzio diventò la sua casa e nessuno si chiese mai perché.

La piccola Maria, protagonista della storia, decide di tagliare i lunghi capelli per imbruttirsi, per non essere più oggetto di desiderio, come se il delitto venisse provocato dalla vittima stessa, per il solo fatto di esistere.

Quale bambino non finisce per credere che chiunque gli darà la colpa?

Intanto crescevo con la consapevolezza di essere una bambina che aveva l’anima sporca e la certezza che dal mondo degli adulti non sarebbe arrivato mai un riparo dalle insidie della vita. Sapevo che ero sola, e da sola dovevo prepararmi ad affrontare difficoltà, ostacoli, umiliazioni.

Il senso di colpa viene alimentato dalla connivenza che il persecutore pretende dalla vittima: sarà il nostro piccolo segreto!

È più facile fingere che niente stia accadendo sotto i propri occhi, negare una realtà troppo pesante da accettare, cogliendo i segnali di disagio, e per questo a volte chi sa o sospetta rimane in silenzio per evitare lo scandalo.

Si potrebbe pensare che queste storie avvengano più facilmente nel degrado, come in questo caso, ma che dire dell’apparente perfezione che cela verità insospettabili?

Non deve essere stato facile per la protagonista rimestare nel fondo, affrontare gli spettri seppelliti e rimossi, incontrare daccapo quella bambina spaventata. E di sicuro lo stesso coraggio, la stessa forza avranno sorretto l’Autrice nella complessa operazione di trasformare in poesia il male assoluto.

La violenza e la prevaricazione accompagneranno infatti la protagonista per buona parte dell’esistenza, forse perché ciò che accade nei primi anni finisce per segnare inevitabilmente un percorso, orientando i comportamenti, alimentando la paura.

Si rimuove l’orrore per sopravvivere, ma non si cancella. La mente lo occulta soltanto momentaneamente, ma il trauma c’è stato, c’è, e resterà e tornerà a condizionare le tue scelte e il tuo futuro, fino a quando una voce pietosa con amore ti guiderà nell’orrore a rivederlo, elaborarlo e forse superarlo. Ma questo allora non lo sapevo. Si può lavare la macchia, e forse dopo non si vedrà; ma chi è stata sporcata sa bene che non potrà ripulirsi mai da quel sudiciume.

Non ci si libera facilmente dall’oppressione di un’infanzia violata:

Vivevo felice in uno spicchio di paradiso…crescevo nell’innocenza di una bimba che raccoglieva le more lungo i muretti pieni di rovi, tra i viottoli di campagna

ma chi dovrebbe vegliare sull’infanzia di una bimba distoglie gli occhi e l’innocenza è una margherita uccisa per sempre.

Quale sbigottimento deve offuscare i pensieri di una ragazzina quando si rende conto di non essere amata dalla propria madre?

Forse quando ero nata aveva sperato che morissi poiché per lei ero un peso o forse ero il frutto di un amore che odiava. per colpa mia si era dovuta sposare con un uomo che non amava: La verità in ogni caso è che lei non mi ha mai trattata come una figlia, da lei ho ricevuto sempre odio.

E appunto l’odio percorre inesorabile tutto il libro:

Odiavo mia madre, odiavo Giacomo, odiavo la vita e volevo morire.

Il senso di colpa, la sensazione di non valere più nulla, ma forse soprattutto l’assenza di una persona fidata a cui potersi rivolgere possono far balenare il desiderio di farla finita:

Decisi di morire, ma non sapevo come.

La morte sembra l’unica soluzione, l’unica salvezza, di sicuro la sola maniera per sfuggire alla persecuzione. Fortunatamente il progetto di morte si ribalta in progetto di vita, di rinascita quando la protagonista decide di riconquistare il figlio che le è stato sottratto e che diventa la vera ragione per lottare ancora.

Allo stesso modo, con tutto l’amore di cui è ancora capace, e che le è stato sempre negato, quando la madre-aguzzino diventa una persona debole e bisognosa, Maria se ne prende carico:

Se la lasciassi sola, farebbe una brutta fine, così cerco di proteggerla, adesso che non si può difendere. Ho ancora dentro tanta rabbia, tanto dolore da guarire ma anche tanto amore da dare e so che l’unica strada possibile è quella dell’amore.

Qui più che mai, la scrittura assume valenza terapeutica: mettere nero su bianco allontana da sé il dolore, lo rende visibile e perciò più facile da attraversare. Progredire dall’odio al perdono è un’operazione complessa e faticosa, ma poi si può approdare alla catarsi, al riscatto, alla pace.

Come ci racconta l’Autrice stessa, impegnata da sempre nel sociale e ora in questa nuova battaglia:

È la storia vera di una donna che ha subito violenza nella prima infanzia, e che ha vissuto per questo nella sofferenza. La protagonista ha voluto raccontare la sua storia al figlio sottrattole in tenera età.  Io ho voluto rendere pubblica questa storia perché sia un’opportunità di denuncia. Il libro nasce all’interno della campagna di solidarietà sociale contro il turismo sessuale sostenuta dall’Associazione Demetra Onlus e dall’Associazione Akkuaria.

Rimandiamo gli orchi e le streghe alle loro fiabe dunque, denunciando, anche solo parlandone. Leggere questo libro è il primo passo.

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ESCA VIVA di Vera Ambra

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“La vita di “Maria” ha avuto inizio negli anni ’60, in Sicilia, una terra di forti contraddizioni e profonde passioni. A raccontare la sua storia, sciaguratamente autentica, è la penna di Vera Ambra. Questa è una delle tante “storie scomode”, una di quelle che non si desidera conoscere né ascoltare; una storia di vita intessuta coi fili dell’ignoranza e ricamata con l’ago dell’omertà di chi, dall’alto del proprio squallore, legittima le prepotenze e transita indisturbato nella vita degli altri e le calpesta.”

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Articolo su “Onda iblea”

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La Poesia “irrompe” nell’Edizione 2014 di A tutto Volume, a Ragusa

 

Nella sezione Extra Volume, che valorizza i talenti locali, per la prima volta, nella mattinata di sabato 7 giugno, grazie agli organizzatori dell’evento e all’ospite, Libreria Saltatempo, la poesia di Gabriella Rossitto, forte e convincente voce etnea contemporanea è stata presentata al folto pubblico intervenuto; moderatrice Giovanna Vindigni, interventi di Pippo Di Noto, Emanuele Schembari, Giuseppe Bongiorno, Ernesto Ruta, Pippo Antoci e della stessa autrice della silloge di versi in lingua, dal titolo “La guerra altra” (Disoblio Edizioni, Collana All’InSud, 2014).

 

Si intuisce già dal titolo che non si tratta di un’ode alla o contro la guerra, intesa come intervento bellico, ma è metafora d’altro, lotta contro il male, per la sopravvivenza nel quotidiano, o conflitto di genere, dove il nemico è l’uomo, che sia padre o compagno, marito o amante, conflitto personale, dicotomia tra l’essere che in noi vuole vivere di sogni e letteratura, e l’altro, impegnato per la lotta alla sopravvivenza, dedito al profitto e allo scontro inevitabile coi suoi simili.

L’autrice smaschera strategie di lotta per la sopravvivenza tramite metafore dal forte valore simbolico procedendo per opposizioni, fino al culmine, dove emerge la sua cifra esistenziale.

Esperienza, sogni, bisogni, Il tutto con lucidità, sarcasmo, abbandono, rassegnazione verso una morte lenta…

Le parole e la poesia si aprono ad una dimensione che è confronto e frattura con il passato, che è diversa consapevolezza di sé e dell’altro.
Una lingua poetica dunque capace di assumere il rischio della “verità” del corpo, della ribellione,  della libertà.

Un nuovo aspetto della voce poetica di Gabriella, dedita poc’anzi a tutt’altro genere di versi che difficilmente avrebbe lasciato presagire l’uso di verbi estremi quali Trucidare, soffocare, stritolare…

Da uno sguardo alla letteratura contemporanea, sono venute spontanee correlazioni letterarie con opere di David Grossman, delle poetesse arabe contemporanee dell’antologia “Non ho peccato abbastanza” (Margherita Rimi, Amal Musa ed altre ancora – Mondadori 2007), di Giancarlo Majorino, Mario Luzi, Dino Buzzati, Francesco De Gregori e Amelia Rosselli, che esattamente 50 anni fa pubblicò la raccolta di versi “Variazioni belliche”. Si è parlato anche della funzione salvifica della poesia, citando Donatella Bisutti “La poesia salva la vita” (Feltrinelli – 2009) e della grazia che da essa promana, testimoniata dal vissuto di Vann’Antò .

E andando indietro nel tempo, alla Gerusalemme liberata, dove Tancredi uccide inconsapevolmente Clorinda, la donna amata, con la presenza, nel testo, di una grande carica erotica,  come se il Tasso avesse voluto, attraverso la narrazione delle azioni guerresche, descrivere l’unico e ultimo contatto dei due amanti.

E Machiavelli, che ci descrive la realtà vera delle cose, cioè considera le cose come sono e non come dovrebbero essere, che si conquistano o con le proprie armi o con quelle di altri. Il popolo in armi può respingere anche il più agguerrito degli eserciti.

 

Infine, Sun Tzu, e la sua L’arte della guerra – Aforismi, usata come cornice ai versi dalla poetessa pittrice:

“Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità”

 

Tornando alla silloge, vediamo che essa allude alle strategie di posizionamento amoroso descrivendone la parabola; emergono l’eterno senso femminile delle cose, apparentemente inaccessibile al maschile… il senso di impotenza, di morte, solitudine e infine…il distacco : “io vado/ rendendoti al tuo nulla/ quasi intatto”

 

Poesie tratte dalla silloge

9.

Perfezioniamo

equilibri tattici

perché nessuno

perda o vinca

la controversia infinita

attenti a non svelare

il fianco

in raffinate strategie

calati

per distrarci

da noi stessi.

16.

Espugnami

con lento accurato

assedio

accerchia nelle tenebre

le mura

io fingerò sorpresa

e a te

gli allori del vincente.

20.

E ci saltiamo

addosso

con rabbia felina

quando vorremmo

sottometterci al più forte

né più resistenze

pupille e bocche

spalancate

a rubarsi sospiri.

 

P.D.N.

http://www.ondaiblea.it/2014060967412/la-poesia-irrompe-nelledizione-2014-di-a-tutto-volume-a-ragusa.html

 

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